     p 132 .
Paragrafo 3 . Il dualismo cartesiano.

     
Abbiamo visto che per Descartes la certezza dell'esistenza  di  Dio
proviene  in  maniera immediata dal semplice "pensare Dio":  non  
necessario  pensarlo, ma se ci imbattiamo nell'idea di Dio,  allora
ci  appare evidente la necessit della sua esistenza. Solo Dio  pu
avere  posto  in  noi quell'idea: ma in quale  parte  di  noi  essa
risiede? Nel "tesoro dello spirito"(62).
     Le certezze di cui abbiamo parlato fino a qui si riferiscono a
una realt spirituale, al pensiero: realt spirituale  sicuramente
Dio;  realt  spirituale  il soggetto pensante, res  cogitans.  Io
sono una "realt pensante"(63).
     Il  pensiero  dell'uomo  simile allo scrigno  di  un  tesoro,
dentro il quale le gemme pi preziose sono state poste direttamente
da  Dio. Ciascuno di noi nasce possedendo questo tesoro, costituito
da  quelle  che  Descartes chiama idee innate, che  proprio  perch
innate,  sono  ri-conoscibili(64). A questa categoria  appartengono
tutte  le  idee  che "rappresentano le essenze vere, immutabili  ed
eterne", come l'idea di Dio, del Corpo, del Triangolo(65).
     
     p 133 .
     
     Ma  il  nostro  pensiero  pieno anche  di  idee  che  non  si
riferiscono  alla "realt del pensiero", bens ad un mondo  esterno
al  pensiero  (che  comunemente viene chiamato  "mondo  sensibile")
della  cui  esistenza non abbiamo alcuna certezza, o addirittura  a
finzioni  e invenzioni, come "le sirene, gli ippogrifi e  tutte  le
altre simili chimere"(66). Ora, mentre queste ultime sembrano senza
dubbio  essere "inventate", fatte dal soggetto pensante  (Descartes
le chiama infatti idee factitiae), le altre sembrano "venire dal di
fuori" (e sono chiamate idee adventitiae)(67).
     Si pone, pertanto, il problema della realt del mondo esterno.
La  certezza dell'esistenza di Dio garantisce la verit delle  idee
innate,  cio  di quelle idee che Dio stesso ha posto nella  nostra
mente,  come, ad esempio, i princpi della matematica. E  solo  Dio
pu garantire che anche il mondo esterno, che percepiamo attraverso
i  sensi, a partire dal nostro stesso corpo (che  esterno rispetto
all'io pensante, res cogitans), sia reale.
     Dio, in quanto perfezione assoluta,  bene infinito e non  pu
certo   essere  un  genio  ingannatore.  Io,  sostiene   Descartes,
percepisco  con estrema chiarezza che alcune idee mi provengono  da
una  realt  esterna e distinta da me: il mio corpo, ad esempio,  
completamente distinto dal mio essere un soggetto pensante, infatti
questo  mio  io, la mia anima, "per la quale sono ci che  sono,  
interamente  e  veramente distinta dal mio corpo, e  pu  essere  o
esistere  senza  di  lui"(68). Ora, se Dio non    ingannatore,  "
manifestissimo" che le idee che mi provengono dal mio corpo e dagli
altri corpi esterni alla mia anima, non sono inviate immediatamente
da  lui: esse devono necessariamente venire da una realt corporea,
altrimenti  "io non vedo come si potrebbe scusarlo [non  accusarlo,
Dio]  di inganno, se, in effetti, queste idee partissero, o fossero
prodotte  da cause diverse dalle cose corporee. E pertanto  bisogna
confessare che le cose corporee esistono"(69).
     Quello che percepisco con evidente chiarezza di tutte le  cose
corporee,  e  che le rende diverse dal pensiero,    il  fatto  che
occupano uno spazio: sono cio estese, sono res extensa.
     Sebbene  delle  cose corporee io concepisca  chiaramente  solo
l'estensione,  mentre  le  altre  caratteristiche  particolari   si
presentano  in maniera pi oscura e confusa - come, ad esempio,  le
grandezze e le forme dei singoli oggetti, i colori, i suoni, e cos
via  -, "tuttavia, dal solo fatto che Dio non  ingannatore, e che,
per  conseguenza, non ha permesso che potesse esserci falsit nelle
mie  opinioni, senza darmi in pari tempo qualche facolt capace  di
correggerla, io credo di poter concludere sicuramente che ho in  me
i  mezzi  di conoscerle [la caratteristiche particolari dei  corpi]
con certezza"(70).
     In questo modo le scienze naturali, prima fra tutte la fisica,
hanno la certezza che l'oggetto del loro studio  reale e Descartes
sviluppa  e  approfondisce questo tipo di ricerca e ne  pubblica  i
risultati  nei Princpi della filosofia (1644). Dopo aver ribadito,
nella  prima parte, i suoi "princpi della conoscenza umana"  -  e,
primo fra tutti, il concetto che "se si ignora Dio, non si pu
     
     p 134 .
     
     avere  conoscenza  certa  di nessun'altra  cosa"(71)  -,  egli
analizza  i  pi  diversi  aspetti delle  "cose  materiali",  dalla
definizione di spazio alla natura della Terra e dei cieli ("che non
sono  fatti di una stessa materia"), dalla definizione del  moto  e
delle  sue  leggi alle varie ipotesi per spiegare il movimento  dei
pianeti,  dalle  cause dei terremoti a come brucia una  torcia,  da
come  si  fa il vetro alle propriet del magnete, dal funzionamento
dei sensi alla collocazione nell'anima del cervello.
     Resta  comunque una separazione sostanziale tra la realt  del
pensiero  (res cogitans) e quella del mondo corporeo (res extensa).
Su  questo  dualismo si appunteranno molte delle critiche  avanzate
dai contemporanei e dai filosofi delle epoche successive. Lo stesso
Descartes si rende conto di trovarsi di fronte a una realt  divisa
e  che il comune fondamento divino non  sufficiente a riunificare:
pertanto sente il bisogno di proporre una soluzione.
     Descartes  aveva  studiato  in  maniera  particolareggiata  il
funzionamento  del cervello per la redazione del  suo  trattato  Il
Mondo, alla cui pubblicazione, come abbiamo visto, aveva rinunciato
nel 1633(72). Nelle Passioni dell'anima,
     
     p 135 .
     
     pubblicate  nel  1649,  egli  riprende  in  maniera  sintetica
l'argomento  e  chiarisce che la ghiandola  pineale,  collocata  al
centro del cervello, " la principale sede dell'anima": in essa  si
riuniscono  le impressioni provenienti dagli oggetti  attraverso  i
sensi   e   in  essa  "l'anima  esercita  immediatamente   le   sue
funzioni"(73).  Res  cogitans  e  res  extensa  trovano   la   loro
unificazione  in  una  piccola ghiandola  al  centro  del  cervello
dell'uomo.
     Descartes  cerca  nella fisiologia la soluzione  a  un  grande
problema  ontologico;  non  stato difficile  sorridere  di  questa
soluzione, eppure essa pu avere un valore emblematico per l'intero
pensiero cartesiano.
     Tutto  il lavoro filosofico di Descartes  assimilabile ad  un
duplice  movimento,  di  concentrazione e di  espansione.  Partendo
dall'infinita  molteplicit  dell'universo,  attraverso  il  dubbio
metodico  (ma  anche  con l'astrazione matematica)  egli  abbandona
progressivamente  il  mondo  sensibile  fino  a  ritrovarsi   nella
terribile solitudine dell'io pensante (ego cogito). Qui egli  trova
il massimo della certezza della Verit dell'Essere, racchiusa nella
ragione  umana  individuale; da qui pu partire per la  riconquista
dell'universo:  e,  sulla  strada che  lo  conduce  fuori  dall'io,
incontra  la  certezza dell'esistenza di Dio, che gli garantir  la
sicurezza  del  cammino  verso  la  continua  scoperta   di   nuove
verit(74).  Ma  protagonista  di  questa  ricerca    la   ragione
dell'uomo - la stessa prova ontologica dell'esistenza di Dio  nasce
e  si chiude al suo interno -: essa, quindi,  il fondamento ultimo
della nuova metafisica cartesiana; non deve meravigliare, pertanto,
che,  al  di  l della semplificazione fisiologica della  ghiandola
pineale, sia l'uomo il luogo in cui si realizza la sintesi unitaria
dell'Essere.
